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Il
referendum su l'estensione dell'articolo 18 della legge 300 alle imprese
con meno di 15 dipendenti arriva in un momento in cui il governo Berlusconi
sta facendo di tutto per radicalizzare lo scontro politico nel nostro
Paese.
L'insidioso e prolungato attacco mosso alla magistratura e alla sua indipendenza
- per il quale si sfoderano quotidianamente gli argomenti più volgari
e meno comprovabili - e il ricorso al più gretto armamentario ideologico
della guerra fredda, non hanno solo l'obiettivo di impedire i processi
che coinvolgono il premier e i suoi degni collaboratori. Il fine inconfessato
di tale campagna è quello di oscurare il fallimento che ha caratterizzato
le politiche di questi primi due anni di vita dell'esecutivo soprattutto
in ordine al tema dell'occupazione e dello stato dell'economia.
In particolare, il merito delle questioni sottese all'articolo 18, ovvero
la crescente precarietà e la drammatica assenza di tutele che caratterizzano
settori ampi del lavoro, rappresentano una materia da oscurare o da liquidare
sommariamente riproponendo il consueto leit motiv fondato sull'equazione
flessibilità uguale lavoro. Un assunto, questo, su cui si è
fondato il libro bianco di Maroni, la legge delega sul lavoro recentemente
approvata e successivamente, il cosiddetto patto per l'Italia sottoscritto
dalle sole CISL e UIL. Viceversa, dopo un decennio di prolificazione di
nuove e diversificate fattispecie contrattuali, che hanno portato ad un'ampia
estensione del lavoro atipico, il tasso di occupazione del Paese rispetto
alla popolazione totale è ancora inferiore di circa dieci punti
alla media europea, esattamente come nel 1991 (54,8% in Italia contro
il 63,9% media europea). E alla crisi che colpisce le aziende di medie
e grandi dimensioni, che ha fatto parlare di un vero e proprio processo
di deindustrializzazione dell'Italia, non corrisponde affatto una crescita
dell'occupazione nelle aziende con meno di 15 dipendenti già libere
dai vincoli dell'articolo 18.
L'estrema flessibilità introdotta in vaste aree del mercato del
lavoro si è tradotta in un incentivo per le imprese a reggere la
competizione del mercato ricorrendo alla formula tradizionale del basso
costo del lavoro e della riduzione delle tutele, piuttosto che in un incentivo
alla ricerca e all'innovazione tecnologica nei processi produttivi e nei
modelli proposti. E' significativo e insieme preoccupante che questa consapevolezza
non emerga nelle file della Confindustra di D'Amato, impegnata ad agitare
ossessivamente i temi del costo del lavoro e delle pensioni, piuttosto
che a identificare i veri nodi che stanno conducendo ad un declino della
nostra economia e nel nostro paese, vedi ad esempio la Fiat.
Di fronte ai tentativi di perseguire la demolizione dell'impianto giuslavoristico
(si tenga presente che la legge delega sul lavoro già consente
la disapplicazione dell'art. 18 a quelle imprese che assumendo superano
la soglia dei 15 dipendenti), l'estensione del diritto al reintegro nel
posto di lavoro in seguito a licenziamento ingiustificato ai tre milioni
circa di lavoratori impiegati nelle piccole imprese ci appare un esito
apprezzabile e auspicabile. Tanto più che la recente decisione
della CGIL di sostenere le ragioni del si conferisce uno spessore diverso
ad una battaglia referendaria il cui esito poteva apparire scontato in
considerazione dell'esiguità delle forze che lo avevano promosso
e in presenza delle divisioni che, su questo terreno, si sono registrate
nel centrosinistra. Un consistente pronunciamento maggioritario a favore
dell'estensione dell'art. 18 (anche laddove non si raggiungesse il quorum)
rappresenterebbe, quindi, anche una risposta a quelle forze che lavorano
per l'isolamento della maggiore Confederazione italiana.
Taluni osservatori, non necessariamente schierati nel campo avversario,
hanno di recente sottolineato come nel 1970 l'art. 18 si fermò,
non a caso, sulla soglia dei 15 dipendenti (in considerazione della fragilità
del sistema delle piccole e piccolissime imprese) e rinvengono nel referendum
il pericolo di una frattura tra il lavoro dipendente e il lavoro autonomo.
La preoccupazione non ci pare infondata. Tuttavia nell'attuale dislocazione
globale delle nostre piccole e piccolissime imprese ci sembra difficile
dimostrare che i limiti di una loro crescita derivino dal timore di dover
applicare l'art. 18. Le differenziazioni che sono venute maturando nell'ambito
del nostro sistema produttivo per tipologia d'impresa e per aree geografiche
rendono oggi difficile attribuire ad un'unica variabile, il controllo
assoluto dei flussi di occupazione, la chiave di volta della loro capacità
di stare sul mercato con successo. Accanto alle piccole imprese tradizionali,
spesso a conduzione familiare, si sono verificati processi di esternalizzazione
di rami di attività o di frantumazione di imprese preesistenti
che hanno dato luogo alla crescita di piccole imprese cooperanti nell'ambito
dello stesso processo produttivo, magari nell'ambito dello stesso stabilimento.
Un fenomeno, questo, destinato a espandersi, grazie anche alla recente
approvazione in Parlamento della legge 30. Nell'ambito dei servizi e dell'informatica
si è avuto, inoltre, lo sviluppo di agenzie o imprese di piccole
dimensioni con attività produttive ad alto valore aggiunto che
costituiscono realtà economiche assai cospicue. Il tema meriterebbe
ricerche e approfondimenti specifici, ma certamente le difficoltà,
che pure esistono, hanno un carattere strutturale, come ha recentemente
sostenuto perfino il governatore della Banca d'Italia. Nel mancato sviluppo
sicuramente hanno più peso l'assetto del sistema finanziario e
bancario, la mancanza di una cultura moderna di impresa e, per alcune
zone del paese, la carenza di infrastrutture e la presenza asfissiante
della criminalità organizzata, piuttosto che la mancanza di flessibilità
del lavoro.
E' certamente vero, invece, che i benefici di una eventuale approvazione
del referendum non riguarderebbero tutti coloro che non rientrano nell'ambito
della categoria del lavoro dipendente. Il problema coinvolge i circa due
milioni di lavoratori con contratto di collaborazione continuata e continuativa
(considerati lavoratori autonomi), i trecento mila lavoratori circa con
contratto di formazione lavoro, una parte del milione e ottocento mila
lavoratori in part-time, il milione e settecento mila lavoratori a tempo
determinato, i lavoratori in affitto, i lavoratori socialmente utili,
insomma, tutto il ventaglio di figure contrattuali emerse nell'ultimo
decennio di deregulation del mercato del lavoro che svolgono un lavoro
subordinato privo di autentiche tutele. Una quota complessiva difficile
da stimare a cui vanno aggiunti gli oltre cinque milioni e mezzo circa
di lavoratori del sommerso (fonte Istat 1999).
Una realtà che rappresenta un'autentica emergenza verso la quale
crediamo stia crescendo nel paese la coscienza della sua priorità.
Ed è proprio a partire da questa sensibilità diffusa che
i sindacati e le forze politiche di sinistra debbono avviare un confronto
e una ricerca unitaria. Si potrebbe partire dalle due leggi di iniziativa
popolare (5 milioni di firme raccolte) promosse dalla CGIL per l'estensione
di diritti e tutele ai lavoratori subordinati che ne sono privi, o da
quella parte della piattaforma contrattuale della FIOM che prevede l'obbligo
aziendale di trasformare tutti i contratti atipici in contratti di lavoro
a tempo indeterminato, trascorsi otto mesi di presenza in fabbrica. Superando
anacronistici distinguo è giunto il momento di rilanciare una iniziativa
che rimetta al centro della scena politica il tema dei diritti del lavoro
denunciando le vere cause del declino economico del paese, a partire dalla
decurtazione dei finanziamenti pubblici ai centri di ricerca scientifica
e dal tentativo di limitarne l'autonomia a favore del controllo privato
e clientelare.
Un'affermazione dei si all'estensione dell'art. 18 rappresenterebbe in
ogni caso un punto fermo da cui ripartire, un primo passo per invertire
la corsa alla precarietà e riaffermare il concetto che il lavoro
non è solo merce.
Circolo
Culturale Montesacro
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