Guerra e Diritto Internazionale

 

Antonio D’Ettorre (Circolo Culturale Montesacro)

Questo è il primo di una serie di incontri sulle problematiche innescate dalla guerra in Iraq. Un primo aspetto da sottolineare è che la caduta del regime di Saddam non può cambiare il giudizio di illegittimità di questa guerra, che invece si è tentato da più parti di avallare. In passato spesso le Nazioni Unite e il Diritto Internazionale sono stati messi in crisi e apertamente superati (ex Jugoslavia, Afghanistan ecc.), ma questa volta la crisi è più grave per vari motivi:

  1. siamo in presenza di un piano dell’amministrazione statunitense che prefigura un nuovo ordine mondiale basato sulla sua forza militare e con un sostanziale ridimensionamento delle funzioni dell’ONU;
  2. l’evocazione dell’Occidente, "democratico", economicamente e militarmente forte come arbitro unico del mondo;
  3. superamento del tabù della guerra come strumento di risoluzione delle crisi fra gli stati, che si era formato a partire dai disastri della II guerra mondiale, superamento che era già cominciato con la I guerra del Golfo e poi proseguito con la ex Jugoslavia, con una sorta di rilegittimazione della guerra.

Un altro aspetto è quello di una crisi della democrazia anche all’interno dei singoli paesi: sicurezza in cambio di democrazia sembra essere il criterio ispiratore dei "patriot acts" negli USA, delle nuove leggi antiterrorismo in Gran Bretagna e dei nuovi poteri conferiti dal governo ai servizi segreti italiani (maggiori libertà nelle intercettazioni telefoniche e legittimazione di operazioni coperte).

Infine la questione aperta della necessità di trovare forme di rappresentanza a livello istituzionale del grande movimento dell’opinione pubblica mondiale che si è espresso ora sulla pace e prima sui temi della globalizzazione.

Marco PIVETTI *

La guerra contro l’Iraq è una guerra di aggressione, per il diritto internazionale era e rimane un crimine e configura delle responsabilità personali per chi l’ha scatenata. Sarebbe perfino legittimo, per le norme vigenti, ipotizzare la riedizione di un tribunale internazionale per l’amministrazione statunitense e quanti l’hanno seguita. Né il successo militare, peraltro abbondantemente scontato data la sproporzione delle forze, né la cacciata di Saddam possono cambiare questa realtà. Bisogna distinguere tra la vittoria della forza e la forza della ragione, della ragione giuridica, altrimenti saremmo costretti ad ammettere che il crimine paga e che per gli USA forse sta già pagando.

Furono proprio gli americani a volere fortemente, e gliene ne siamo grati, l'istituzione del Tribunale per processare i capi nazisti e fu in quella sede che si pronunciò la condanna alla guerra di aggressione come crimine contro il Diritto Internazionale. La Ia Assemblea delle Nazioni Unite riprese poi i principi espressi proprio dal Tribunale di Norimberga condannando nella sua Carta i crimini contro la pace; quelli di guerra e crimini contro l'umanità.

Pretestuose e infondate appaiono tutte le motivazioni progressivamente addotte a sostegno della guerra in Iraq.

L'art. 51 della Carta dell'ONU prevede il diritto all'autodifesa nel caso di attacco di un paese membro. Gli USA hanno tentato spesso, in questi 50 anni, di far legittimare anche la "difesa preventiva", ma senza successo.

Nel 1837 in uno scontro militare tra USA e Gran Bretagna (sic!) - il caso "Caroline" – fu invocata l'applicazione dell’autodifesa preventiva, comunque definita come "ragionevole e non eccessiva" e con tutta una serie di limiti. La legittimità di quella procedura è stata in seguito contestata e invalidata da tutto il pensiero giuridico.

In questo caso non sussiste legittimità giuridica perché anche se sottoposti ad una minaccia concreta, gli USA avrebbero dovuto e potuto appellarsi all'ONU.

Neanche la motivazione dell’esistenza di armi di distruzione di massa, ancora non verificata, sostenuta dagli americani, sarebbe stata giuridicamente valida perché l'Iraq, anche se ne avesse, non avrebbe materialmente potuto indirizzarle direttamente contro gli USA e quindi non poteva essere configurata come una minaccia diretta. Nessun paese ha mai sognato di progettare una guerra preventiva agli USA solo perché detengono da anni il più grande arsenale di armi chimiche al mondo.

E' certamente pretestuosa anche l’ipotesi della minaccia terrorista proveniente dall'Iraq. Addirittura alcuni mesi prima della guerra sia la CIA che l'FBI avevano dichiarato di non aver trovato alcun legame tra Al Qaeda e l'Iraq. Stranamente, invece, gli americani non hanno mai denunciato i finanziamenti conclamati del regime iracheno ad organizzazioni fondamentaliste islamiche palestinesi, forse per tenere fuori la questione israelo/palestinese da questa guerra. Anche la motivazione di voler liberare il paese dal regime di Saddam Hussein e portarvi finalmente la democrazia non è giuridicamente sostenibile: gli unici due paesi in cui l'ONU è intervenuto con la forza sono stati Haiti e Sierra Leone, ma sempre ribadendo il principio che nessuno stato può intervenire con la forza per portare la democrazia. D'altronde l'Arabia Saudita non è certo una democrazia, così come il Kuwait, dove solo il 10% della popolazione ha diritto di voto e questo nonostante le promesse di democratizzazione fatte dagli USA più di dieci anni fa, dopo la prima guerra del Golfo.

Il Diritto Internazionale non può far rispettare i suoi principi applicando procedure sanzionatorie ai paesi che lo violino, e in questo oggi si è manifestata la debolezza della giurisdizione internazionale. Con l’aggressione all’Iraq siamo regrediti ad una situazione antecedente alla stessa istituzione delle Nazioni Unite, addirittura ad una concezione della guerra e della relazione fra gli stati tipica dell’Ottocento.

Se non è legittimo il crimine della guerra, non è lecito giuridicamente nemmeno collaborare con il crimine e non è legittimo quindi fare i servitori o i secondini al servizio di un paese aggressore come gli USA. Così il Diritto Internazionale non ritiene valido nemmeno un trattato di pace imposto con la forza dallo stato aggressore allo stato aggredito.

 

 

Luigi FERRAJOLI

 

Sono d'accordo con Pivetti ma non sulle sue conclusioni pessimistiche. Oggi da più parti si dice che questa guerra avrebbe segnato la fine dell'ONU e dell'Unione Europea. Per me invece le Nazioni Unite e l'Unione Europea non sono stati mai così rilevanti come ora. Sintomatico che a denunciare la crisi dell'ONU sono stati proprio i paesi aggressori all'Iraq e proprio perché l'ONU non aveva avallato la loro guerra. Si nega la validità del Diritto nello stesso momento in cui lo si vuole violare. Questa impostazione è presente da tempo nella destra americana ed è stata elaborata come piattaforma strategica nel "Progetto per il nuovo secolo americano" dagli attuali uomini di Bush.

La guerra all'Iraq era stata decisa da tempo e l'avrebbero fatta comunque, perché lo scopo di fondo era la legittimazione della guerra, rivalutarla come strumento di governo del mondo, liberandosi dai vincoli imposti dalle Nazioni Unite e dal Diritto Internazionale. Il nuovo ordine mondiale che ha in mente l’amministrazione statunitense si costruisce anche con la guerra, preventiva o infinita che sia, eliminando i nemici di oggi, ma anche quelli di domani. Non c’è più spazio per il multilateralismo e per le possibili potenze rivali quali la Russia, la Cina, la Francia ecc.

L’obiettivo non è stato raggiunto, anzi, questa aggressione ha risvegliato le coscienze di milioni di persone in ogni parte del mondo sul tema della pace e per la prima volta l’obiezione alla guerra è stata motivata in nome del Diritto. L'ONU e l'Europa sono riusciti a respingere il ricatto, anche molti dei piccoli e poveri stati africani hanno resistito alle pressioni e ai tentativi di corruzione per e la prima volta nella storia gli USA non sono riusciti ad avere il consenso del Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Anche la Chiesa e il Papa hanno delegittimato la guerra e hanno riaffermato che le violazioni del Diritto Internazionale sono dei crimini.

Con questa guerra gli USA hanno dissipato la solidarietà dell'opinione pubblica accumulata dopo l'11 settembre e hanno dissipato il largo consenso che finora aveva sostenuto anche la loro egemonia culturale. Questa è la più grave sconfitta politica della storia degli Stati Uniti. Questo significa che il progetto americano non prevarrà. Gli USA prospettano una guerra che si preannuncia infinita e globale ma questo disegno sta mettendo paura al mondo. Questo imperialismo apertamente dichiarato ha suscitato reazioni profonde e questo lascia aperta una alternativa. Di fronte ci sono due possibilità: smantellamento dell'ONU e governo mondiale secondo la visione militare degli USA o rifondazione dell'ONU e del Diritto Internazionale. La prima ipotesi, se si verificasse, sarebbe tragica e porterebbe, oltre alle guerre, un odio crescente verso gli USA e metterebbe in crisi gli stessi valori democratici su cui si regge l'Occidente. Negli Stati Uniti si sta approfondendo la crisi dei valori della democrazia e la società è sempre più dominata dalla paura e dalla disinformazione. La maggioranza degli americani, secondo un sondaggio, è convinta che l'attacco alle Torri Gemelle sia stato organizzato e portato a termine dagli iracheni.

Dobbiamo rifiutare le pretestuose semplificazioni di questi giorni, come la questione dell’antiamericanismo: non possiamo parlare dell'America come se fosse sempre lo stesso paese immutabile nel tempo. L'America di Roosvelt di 50 anni fa non è quella di oggi, il livello di democrazia non è garantito di per sé nel tempo. Un'epoca è finita, gli americani e le figure politiche del 1945 non ci sono più.

Oggi si manifesta una crisi evidente degli stati nazionali, in questi ultimi anni c'è stata una dislocazione dei poteri fuori dall'assetto tradizionale dei confini nazionali. La democrazia e il diritto si sono modellati nel tempo proprio attorno agli stati nazionali. Quando salta il rapporto tra poteri e stati nazionali che cosa succede? Che succede alla democrazia quando il governo del mondo viene regolato da un solo paese con l'uso delle armi? Questa prospettiva sta provocando una paura diffusa e sta coalizzando stati anche di orientamento diverso e l'intero Occidente è entrato in una crisi che io reputo positiva. Si sta riaprendo lo spazio della politica e lo spazio del Diritto contro la legge del più forte. Posizioni messe in campo in modo così diretto e brutale hanno facilitato reazioni nel mondo altrettanto chiare e nette. Probabilmente Clinton avrebbe cercato l'avallo dell'ONU e avrebbe camuffato la scelta per la guerra con argomentazioni ideologiche e riferimenti ai valori democratici. La rozzezza di Bush invece ha svelato interamente il vero obiettivo e ha provocato una sana e positiva reazione nel mondo. Russia, Francia, Germania convergono sul bisogno di rilancio del diritto, nonostante interessi e storie differenti tra loro.

Questa mobilitazione deve continuare a mantenere alta la discussione sulla guerra e questo progetto americano non va in nessun modo legittimato.

Si deve far leva sul dissenso interno che si è sviluppato negli Stati Uniti e non scivolare in uno sterile antiamericanismo, si deve lavorare sul terreno della corretta informazione. È possibile oggi una emancipazione dell'Europa dalla sudditanza agli USA, ma questo non significa rincorrere sul piano militare gli Stati Uniti, con il progetto della costruzione di un improbabile esercito europeo, come viene auspicato da qualcuno (le competizioni militari di Russia e Cina con gli USA ne dimostrano l'inutilità). L'emancipazione europea può avvenire sul terreno dei valori della pace e del Diritto, questo processo è completamente aperto e la sensibilità e l'interesse alla sicurezza del pianeta si è moltiplicata.

La proposta di una votazione di condanna della guerra di aggressione da parte del Parlamento europeo potrebbe avere il consenso di tutti gli stati perché è un obiettivo unificante e può dare un segnale forte di rifiuto della guerra, di grande valore e peso morale per tutto il mondo.

Il Diritto Internazionale attualmente non ha tecniche e strumenti per sanzionare le violazioni. Il Tribunale Penale Internazionale, che gli USA non hanno riconosciuto, entrerà nel pieno esercizio delle sue funzioni non prima di 7 anni. Il trasferimento di poteri dal governo degli stati nazionali a un sistema di regole più grande, a livello internazionale è un percorso epocale, che comporta un lavoro di anni e anni.

 

* La sintesi non è stata rivista dagli autori. Entro breve saranno disponibili sul sito ampie trascrizioni degli interventi.