Conto alla rovescia: dalla 180 alla 174

 

Fra le tante "perle" legislative approvate o proposte nei famosi "primi 100 giorni" del governo Berlusconi e passate perlopiù sotto silenzio dalla stampa – complice anche, ahimè, la guerra in corso – vi è il progetto di legge n. 174 Burani Procaccini. Inizia così: "Gli articoli 34, 35 e 64 della legge 23 dicembre 1978, n. 833, sono abrogati"; si riferisce alla "180" (che è inserita nella Riforma Sanitaria) che nel maggio1978 abolì gli Ospedali Psichiatrici, i manicomi, e diede avvio alla nuova era della Salute Mentale, a partire proprio dalle esperienze territoriali praticate da Basaglia e diffusesi in diverse città italiane, da Gorizia a Roma a Trieste e tante altre.

In verità quella legge fu il frutto di mediazioni politiche: la risposta delle istituzioni ai grandi fermenti sociali che in quegli anni avevano pervaso ogni ambito. La 180 è una legge quadro a cui doveva seguire nel piano sanitario nazionale la specificazione di strutture, personale, finanziamenti, ecc. Fu invece da subito boicottata, smentita, manipolata (Basaglia "libera i matti" e le famiglie "sono lasciate da sole a gestirsi i matti liberi"). Solo nel 1987 venne finalmente presentato al Senato il primo disegno di legge per l’attuazione della 180; ripreso l’anno successivo dal Progetto obiettivo Tutela della Salute Mentale, ripescato e approvato solo nel 1994, a ben 16 anni di distanza dalla legge quadro. Vennero così istituiti i Dipartimenti di Salute Mentale (DSM), con tutte le loro diramazioni ospedaliere e territoriali e programmi formativi, occupazionali, risocializzanti, riabilitativi. Venne stabilita una data "definitiva", il 1996, per la chiusura degli Ospedali Psichiatrici - a 18 anni di distanza dalla proclamata dismissione gli internati erano ancora 22.000 – e una sanzione economica per le Regioni inadempienti.

Così, nel 2001, siamo in realtà ancora a pochi anni di applicazione/sperimentazione dalla effettiva "entrata in uso" della legge in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale. Accanto a tante e diverse realtà in cui la territorializzazione degli interventi, l’integrazione delle risposte, la cultura della prevenzione e della non emarginazione sono da tempo "il pane quotidiano", coesistono zone in cui qualità e quantità dei servizi sono ancora all’insegna del pieno assistenzialismo (quando va pure bene!) che perpetua l’esclusione e la malattia è vissuta non come contraddizione da leggere ma al massimo come comportamento da controllare e rimettere a posto.

La proposta Burani Procaccini nella sua essenza sottende soppiantare proprio ciò che ha portato alla chiusura dei manicomi non come edifici in sé ma come cultura e rapporto di potere, come impegno contro tutte le forme di violenza, tutti i luoghi che togliendo libertà ai soggetti, tolgono libertà, soggettività, diritti a tutti.

La coercizione ed il controllo sono il leit-motiv che si evidenzia dal primo all’ultimo punto della proposta in modo talmente spudorato da rasentare a tratti il ridicolo (o grottesco).

Solo un "assaggio": inserimento anche obbligatorio del paziente nelle strutture residenziali (SRA: cliniche, comunità); obbligatori i periodici controlli dello stato fisico; Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) "urgente" richiedibile da chiunque, convalidabile da uno psichiatra qualsiasi (leggi: professionista privato), trascorribile in cliniche (possibilmente quelle del professionista di cui sopra); TSO per somministrazione dei farmaci a domicilio. SRA previste con al massimo 50 posti (leggi: comunque 50 posti, cioè mini-manicomi) con "spazi verdi e 4 ore al giorno di attività lavorativa, ricreativa e fisica" (mica siamo incivili); c’è posto anche per i minorenni che dai 14 anni verranno raggruppati insieme fino ai 25 anni; gli adulti e gli anziani invece due gruppi a parte ma nello stesso edificio. La moderna ergoterapia (quella che si applicava nei manicomi) prevede anche che i pazienti lavorino in strutture protette e siccome, sempre in nome della civiltà, non possiamo sfruttarli più di tanto, riceveraano ¼ dello stipendio, essendo da questo detratte le spese per gli operatori e per la struttura protetta (vanno obbligatoriamente rinchiusi e devono pagare…).

Anche rispetto alla privatizzazione (un cancro da cui tuttora non siamo liberi e che rappresenta un flagello soprattutto nel Lazio e al Sud) ci sono novità: le SRA sono scelte dal paziente, dalla famiglia e dal medico che vi lavora (!); i DSM possono essere privatizzati però i Centri di Salute Mentale (la struttura portante territoriale del DSM) sono a diretta gestione pubblica; istituito un servizio emergenza psichiatrica territoriale di tipo convenzionato (l’accalappiamatti, alla faccia della continuità terapeutica). Non ci sono novità, invece, per i finanziamenti, che rimangono il 5% del Fondo Sanitario Nazionale.

E se in tutto questo il paziente ha qualcosa da ridire si può rivolgere alla famiglia, allo psichiatra e al giudice che compongono la Commissione diritti malato di mente; tranquilli, perché devono "aver "dato garanzia di moralità pubblica".

La Burani Procaccini ha affidato l’avvio del dibattito fra gli "esperti" al dott. Cantelmi (giovane psichiatra) che ha esternato su Internet il suo pensiero, invitando tutti i colleghi a dire la propria. Inveisce contro il "paradigma psicologistico e sociologistico", "le echi delle vuote dispute ideologiche sulla malattia mentale", la "sottovalutazione ideologica del problema degli esiti dei trattamenti e delle cure" in favore "della maggioranza degli psichiatri…che condivide il recupero della dimensione biologica e medica della malattia mentale"; si lamenta che "non era consentito riflettere sul fatto che la cronicità fosse imputabile all’evoluzione nosodromica, propria della malattia": evidentemente anche lui – come il Berlusca – è stato vittima del lungo regime comunista…

Cantelmi, fautore di "linee guida precodificate secondo il modello medico-scientifico" chiarisce come "con la legge Burani si apre la quarta fase dell’evoluzione dell’assistenza psichiatrica" e ne sottolinea il merito di "aver sciolto la contrapposizione tra pubblico e privato" poiché "il sistema attuale, pur criminalizzando in modo ideologico il privato, non ha potuto, per evidente necessità, eliminarlo".

Peccato per Cantelmi e la sua arrogante ignoranza che "gli sparuti gruppi autoreferenziali, le frange culturali cristallizzate, gli anacronistici ed ascientifici spontaneisti, la netta minoranza" in tutti questi anni ha lavorato, prodotto cultura, si è presa cura, ha portato l’ambito psichiatrico italiano ad essere oggetto di attenzione e di studio in tutto il mondo. Peccato per Cantelmi e meno male per i diritti e le libertà di tutti che "l’altro" mondo psichiatrico, oltre a schierarsi immediatamente contro questa proposta, si è trovato a fianco i familiari ed è entrato a pieno diritto nel dibattito.

Al momento la stessa Commissione incaricata dell’esame preliminare della proposta di legge, ha mosso diverse critiche (persino da esponenti di AN) in particolare sui punti riguardanti la coercizione e la privatizzazione – cioè i temi di fondo -. La Commissione ha optato per l’avvio di una indagine conoscitiva per l’approfondimento delle tematiche in questione.

Tra le tante riforme anche solo in campo sanitario l’ambito psichiatrico è fra i pochi che hanno resistito alle controriforme, ai continui tagli finanziari, ai boicottaggi e alle inadempienze. Perlomeno, finora.

C.A.