La newsletter della Memoria

       n. 5 del 12 febbraio 2007

 
19. Revisionismo all'attacco: da via Rasella alle "Pasque di sangue"
20. Maratona di letture contro le morti bianche
21. "Il movimento soffocato", giornata di discussione a Lettere sul '77
22. Nel nome di Giordano Bruno - Libertà ed autodeterminazione: valori laici”
 
 
 
19. Revisionismo all'attacco: da via Rasella alle "Pasque di sangue"
 
  • Comunicato stampa del Consigliere Delegato per la Memoria Storica

Una recente sentenza del Tribunale di Roma, ripresa anche da alcuni giornali, ha sancito che non costituisce reato accusare il dottor Rosario Bentivegna di essere "il vero autore" della strage delle Fosse Ardeatine, come affermato da un esponente di Forza Nuova. Come tutti sappiamo, gli autori della strage furono gli occupanti nazisti, con il fattivo contributo dei loro alleati e subalterni italiani. La decisione di compiere la strage fu una scelta politica autonoma e cosciente dei comandi nazisti; nulla li obbligava o costringeva  a rispondere con un simile crimine all'atto di guerra compiuto contro di essi dai partigiani romani a via Rasella. Non esiste peraltro nessun rapporto automatico fra azioni partigiane e stragi nazifasciste, tale da affermare che i partigiani ne siano anche indirettamente responsabili: sia a Roma sia in altre parti d’Italia si sono verificate stragi naziste non connesse a nessuna azione partigiana, e azioni di guerra partigiane a cui non è seguita una simile rappresaglia. Inoltre, va ricordato che sentenze del tribunale militare di Roma riconobbero che la strage delle Fosse Ardeatine fu comunque una azione talmente sproporzionata e condotta in modo talmente efferato da non poter in alcun modo essere definita una legittima rappresaglia, bensì un omicidio continuato.

 

Nel rispetto tanto dell’autonomia della magistratura quanto della serietà della ricerca storica,  preso atto del fatto che comunque la sentenza in questione non afferma che il dottor Bentivegna fu autore della strage, ma ritiene soltanto di tutelare il diritto di affermarlo da parte di un esponente di Forza Nuova; e preso atto dell’intenzione del dottor Bentivegna di porre ricorso, il Consigliere del Sindaco per la Valorizzazione e la Tutela della Memoria Storica esprime solidarietà al dottor Bentivegna, oggetto di tale infamante accusa, da sempre impegnato a difendere la propria onorabilità e il rispetto della verità storica. 

  • Comunicato stampa dell’ANPI 

L’ ANPI  -Associazione Nazionale Partigiani d’ Italia – ha appreso  con sorpresa e sconcerto la motivazione della sentenza del gup di Roma,Renato Croce, con la quale egli ha assolto il responsabile romano di “Fiamma Tricolore”, Guglielmo Castellino, querelato dal prof. Rosario Bentivegna  per avere indicato lui e non Priebke, quale “vero autore della strage della Ardeatine.”

 

Pur nel pieno e convinto rispetto della Magistratura, presidio dello stato di diritto, l’ ANPI ritiene –con il conforto di giuristi di chiara fama-  che il magistrato in parola, il quale ha accompagnato il verdetto definendo la  frase diffamatoria”aspra e severa ricompensa nell’ alveo di un giudizio politico nonché  di critica storica”, abbia radicalmente contraddetto le sentenze  emesse in vari gradi di giudizio, nonché dalle Cassazioni penale civile e dalla Suprema Corte Militare,  che hanno riconosciuto  l’attacco partigiano in via Rasella il 23 marzo 1944, legittimo atto di guerra nell’ ambito della Resistenza al nemico invasore.

Nello stesso tempo, con tale asserzione il magistrato ha di fatto, nella sentenza, giudicato negativamente l’operato  del Presidente della Repubblica Luigi Einaudi del Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi i quali hanno decorato al valor militare, per quell’ azione, i partigiani Rosario Bentivegna e Franco Calamandrei.

 

L’ ANPI agirà in ogni sede a tutela dell’ onore dei combattenti per la libertà e della verità storica.

 

Alle dichiarazioni dell’ ANPI si associa la Presidenza Nazionale dell’ ANFIM- Associazione Nazionale dei Famigliari dei Martiri.    

 

  • La sentenza contro Bentivegna

TRIBUNALE DI ROMA - SEZIONE DEI GIUDICI PER LE INDAGINI PRELIMINARI

UFFICIO 33^ - SENTENZA - REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

II Giudice Dr.Giuseppe Renato Croce all'udienza del 26 ottobre 2006 ha pronunziato e pubblicato mediante lettura del dispositivo la seguente SENTENZA nei confronti di:

CASTELLINO Giuliano nato a Roma il 26 gennaio 1977 - libero contumace -el.te dom.to. presso lo studio dell’Avv. Giuseppe Squittieri in Roma Via dei Gracchi n°189, che lo difende, altresì, di fiducia.

«   nonché BENTIVEGNA Rosario nato a Roma il 22/6/1922 parte civile costituita con ministerio dell’Avv. Fadrizio De Sanctis del foro di Roma.

 

Imputato

del reato di diffamazione commessa con il mezzo della stampa ( art: 595, co 3 C.P.e 13 L. ?47/48 ) perché in un dichiarazione rilasciata alla agenzia giornalistica Omni Roma e da questa diffusa in data 15/7/2005, commentando le polemiche che accompagnavano una manifestazione a quel tempo prevista per sollecitare la grazia per Erich Priebke, offendeva la reputazione di Bentivegna Rosario affermando : “ chi non ci vuole fare manifestare dovrebbe pensare a fare ritirare la medaglia d'oro a Bentivegna, il vero autore dell'eccidio delle Fosse Ardeatine. E poi, se loro sono democratici, perché ci vogliono impedire di scendere in piazza per una persona di oltre 90 anni ? “.

Roma il 15/7/2005, denuncia querela del 22/9/2005.                    

 

IN  FATTO  E  DIRITTO

Osserva il decidente che la lettura degli atti comporta la emissione di una sentenza di non doversi procedere nei confronti dell'imputato perché il fatto non costituisce reato. Evidentemente non è compito di questo giudice entrare nella disamina delle problematiche storiche circa l'attentato di Via Rasella del 23/3/1944, ma non può obliterarsi che l'azione di guerra è stato oggetto durante questo sessantennio ( diconsi sessanta anni !! ) di polemiche aspre e discordanti che la sabbia del tempo non ha ancora sepolto, come ancora non sono sepolte le polemiche intorno alla vicende della guerriglia partigiana contro i nazifascisti che ha insanguinato soprattutto il nord del nostro Paese: vicende che sono oggetto di una revisione storica da parte di uno dei giornalisti più apprezzati Gianpaolo Pansa, che sta avvenendo tra aspre polemiche anch'essa. Ma un dato è certo: alla storia è lasciato il retaggio di giudizi che ormai dovrebbero essere cristallizzati. Pur tuttavia non può impedirsi una opera revisionistica di vicende storiche e vietare che vengano espressi eventuali giudizi negativi come se fossero delitti di lesa maestà. Per quanto concerne il caso de quo non può non riconoscersi che la frase riportata dall'Agenzia di stampa e addebitata all'imputato sia alquanto aspra e severa, ma è, altresì, vero che è tutta ricompresa nell'alveo di un giudizio politico nonché espressione di critica squisitamente storica. Del resto già la vicenda “ Via Rasella “ , come si è detto, ha infiammato polemiche di vario genere, polemiche che acquistano un sapore di attualità alla luce di quell'opera di revisionismo cui si è fatto cenno, che sta compiendo lo scrittore Pansa sulle vicende della lotta partigiana nel nord. Orbene nei suoi libri il Pansa usa espressioni non certamente benevoli nei confronti di azioni compiute da taluni partigiani, con un linguaggio tagliente e talvolta sarcastico al cui confronto la frase pronunciata dall'imputato è poca cosa. La vicenda che ci occupa, oltretutto ha un suo profilo del tutto originale : infatti nel corso di questi decenni il Bentivegna non è stato neutrale dinanzi alle critiche gravi e vivaci che hanno ruotato intomo all'attentato che lo

ha visto protagonista; bensì ha risposto colpo su colpo come era suo diritto, rispondendo anch’egli in modo deciso e talvolta con espressioni che si prospettavano alla guisa di vera e propria avversione quasi sul terreno della animosità personale nei confronti di chi tali critiche aveva rivolto. Il che vale a significare, che da coriaceo combattente quale è stato il Bentivegna ha sempre accettato il confronto: in punto è sufficiente scorrere le pagine dei libri da lui scritti in difesa del suo operato ( e depositati dalla difesa ) per verificare che il linguaggio che usa nei confronti dei detrattori è, a dir poco, simile al colore della frase per cui è processo. Infine deve anche tenersi conto del consto in cui la frase è stata pronunciata: infatti, come ben tutti rammentano, alla condanna del novantenne Priebke, l'ufficiale nazista che ebbe gran parte nella consumazione dell'eccidio delle Fosse Ardeatine, seguirono durissime polemiche sulla iniziativa di alcuni esponenti di gruppi  della estrema destra di volere manifestare per far ottenere la grazia al Priebke e tutti coloro che erano contrari alla iniziativa usarono toni alquanto duri, rivolgendo in interviste  su organi di stampa, apprezzamenti non proprio benevoli nei confronti degli organizzatori. Orbene è intuibile che soltanto il clima di polemica esasperata  abbia indotto l'imputato ad azzardare un commento “ sopra le righe “. Evidentemente senza alcun riferimento alla persona del Bentivegna cui sempre   tutto il Paese ha riconosciuto i meriti partigiani conseguiti nella guerriglia contro l'occupante nazista.

 

P   .    Q    .    M    .

 

II Giudice, visto l’art. 425 punto C...dichiara non doversi procedere nei confronti di Castellino Giuliano perché il fatto non costituisce reato. Così deciso in Roma il 26 ottobre 2006

 

  • Lettera di Alessandro Portelli al Corriere della Sera

Gentile Direttore,

 

Nello stesso giorno e nella stessa pagina in cui tornava ad avvalorare l’accusa del sangue contro gli ebrei, il Corriere della Sera pubblicava il seguente corsivo di Ernesto Galli della Loggia: “«Lo scopo dell' attentato in via Rasella era in realtà quello di provocare una rappresaglia»: così vede le cose Joachim Staron, autore di Fosse Ardeatine e Marzabotto (a p. 44), appena uscito dal Mulino. Naturalmente ora ci aspettiamo l' indignata risposta da parte dei custodi dell' ortodossia resistenzial-antifascista. Ci aspettiamo di vedere Staron, cultore di storia e filologia a Gottinga, addottorato alla Freie Universität di Berlino, additato come manutengolo dell' anticomunismo viscerale, fautore della riscossa della destra berlusconiana, complice della sua volontà di riabilitare il fascismo e così via, secondo il paradigma inquisitorio tanto spesso adoperato in passato da Nicola Tranfaglia, Mario Pirani e altri paladini della verità storica. O vuoi vedere invece che stavolta ci sarà il silenzio, perché la Germania è troppo distante da Arcore e le accuse suonerebbero un po' troppo ridicole?”
 
Io quel libro l’ho letto, e mi sono soffermato sulle pagine (42-44) a cui fa riferimento lo storico ed editorialista Ernesto Galli della Loggia. Senza indignazione alcuna nei confronti di Joachim Staron, propongo alcune considerazioni professionali.

 

1.Effettivamente Staron afferma quanto riportato dal professor Galli della Loggia, ma non prova neanche a dimostrarlo. Senza apportare un solo fatto ma ripercorrendo castelli di congetture e illazioni di seconda mano, sostiene che i partigiani avrebbero dovuto sapere che ci sarebbe stata una rappresaglia. Da ciò salta, senza argomentarlo e con un notevole balzo logico, ad affermare che quindi hanno agito con l’intenzione di provocarla.

2. Il libro di Staron è complessivamente dignitoso; ma in questo caso l’addottorato cultore usa fonti poco attendibili, e le usa male. La sua autorità principale è un discutibile libro di Benzoni (che sosteneva la stessa cosa sulla base delle stesse illazioni), a cui non aggiunge niente; per di più, dà addirittura dignità di “studioso” a Pierangelo Maurizio, autore di un pamphlet indegno non perché (legittimamente, ma contrariamente a quello che sembra credere Staron), si tratta di un cronista molto vicino alla destra radicale, ma perché è inattendibile e al di sotto di ogni dignità storiografica. Cosa su cui anche Galli della Loggia credo converrebbe se trovasse il tempo di leggerlo. Ho l’impressione che il dottor Staron non abbia chiara, in questo caso, la natura e la qualità dei suoi rinvii bibliografici italiani.
       

3. Mi sorprende che, nelle prestigiose università germaniche in cui si è addottorato, nessuno abbia insegnato al dottor Staron che le fonti vanno viste tutte. Staron adduce indizi a sostegno della sua ipotesi, ma si dimentica di menzionare i fatti che la contraddicono: per esempio, il fatto che negli anni ’90 un giudice romano aprì un procedimento contro Bentivegna, Capponi e Balsamo precisamente con l’accusa di avere agito per provocare la rappresaglia e, al termine di indagini approfondite e a largo raggio, dovette concludere che non esisteva uno straccio di fatto a sostegno di questa accusa. Il dottor Staron ha tutto il diritto di ritenere che Pierangelo Maurizio sia più attendibile del tribunale di Roma; ma non nominarlo affatto (magari per confutarlo) significa non aver fatto bene il proprio mestiere.

4. Tanto per capire l’uso delle fonti e delle documentazioni: l’indizio più grave a carico dei partigiani, che Staron cita acriticamente da Benzoni, è avere scelto di agire in quella data “anche perché a Via Tasso e a Regina Coeli in quel momento non c’erano comunisti.” L’addottorato culture di storia, e il professor Galli della Loggia, potrebbero allora spiegarci come mai ci sono quaranta comunisti del Pci fra le persone uccise alle Fosse Ardeatine (in caso di necessità, posso fornire la lista). Anche questo fatto (come la suddetta sentenza) è menzionato in più di una delle pubblicazioni che, stando alle sue note e alla sua bibliografia, il dottor Staron afferma di avere letto.

5. In questi giorni, un giudice romano ha dichiarato che accusare Rosario Bentivegna di essere “il vero autore” della strage delle Fosse Ardeatine non costituisce calunnia. Dalla lettura della sentenza si evince che il giudice non ritiene affatto che l’accusa sia veritiera ma che siccome ci sono da sempre molte polemiche ognuno può dire quello che gli pare. Ferma restando l’autonomia della magistratura, come storici dovremmo esercitare maggior cautela.

 

Non capisco cosa c’entra Arcore. Letto il libro, libro non penso affatto che il dottor Staron sia un manutengolo dell’anticomunismo viscerale. Penso semplicemente che nelle pagine in questione non abbia fatto bene il proprio mestiere e, nonostante sia tedesco, non possiamo assumere le sue affermazioni a criterio inattaccabile di verità.

Con i migliori ringraziamenti,
 
Alessandro Portelli

Consigliere delegato del Sindaco di Roma per la tutela della memoria storica 

  • Articolo del Corriere della Sera sulle “Pasque di sangue” (11 febbraio 2007)

 

Pasque di sangue, le due facce del pregiudizio

di Anna Esposito e Diego Quaglioni

 

È sempre estremamente pericoloso voler leggere le fonti partendo da un preconcetto, perché questo è destinato a condizionarne la comprensione e a falsarne il significato; ed è proprio da un'idea precostituita che Ariel Toaff si è mosso nell'affrontare il tema dell'omicidio rituale imputato agli ebrei: un tema delicato, sia per l'uso che ne è stato fatto in passato, sia per l'effetto che può avere su un pubblico di non specialisti. Tutto il libro di Toaff ( Pasque di sangue. Ebrei d'Europa e omicidi rituali, il Mulino)  si basa su un preconcetto: il preconcetto della pregiudiziale acriticità della storiografia precedente nel ritenere priva di fondamento l'accusa di omicidio rituale. Gli studiosi che della questione si sono occupati, insomma, avrebbero ritenuto «a priori» l'omicidio rituale «un'infondata calunnia, espressione dell'ostilità della maggioranza cristiana nei confronti della minoranza ebraica».

 

Partendo da questo presupposto, l'autore ha riletto gli atti dei processi agli ebrei di Trento del 1475, il «caso» che presenta la documentazione più ampia e che praticamente forma la trama su cui Toaff basa le sue affermazioni e cerca conferme alle sue tesi, senza tenere minimamente conto da una parte della natura di un processo inquisitorio, condotto da giudici secolari nella segretezza e nell'arbitrio, con l'uso sistematico della tortura e in assenza di ogni difesa, dall'altra del contesto in cui il processo fu celebrato. Non si può infatti ignorare che il processo coincise con la raccolta delle prove della santità del «martire» Simonino, santità fortemente voluta dal principe-vescovo Hinderbach e dagli uomini del suo entourage,  questi ultimi spesso testimoni agli interrogatori degli ebrei inquisiti e allo stesso tempo presenti alla registrazione dei miracoli del «beato Simonino». Si resta quindi interdetti nel notare una sostanziale incomprensione di queste circostanze nel libro di Toaff, che addirittura utilizza ampiamente e in modo del tutto acritico, inserendole addirittura fra le fonti, opere come quelle del Bonelli (1747) e del Divina (1902), scritte con lo scopo dichiarato di sostenere la causa della santità del Simonino e in cui la citazione di brani tratti dai documenti ha sempre la finalità di dimostrare la perfidia ebraica, il martirio del bambino e la sua santità.

 

Anche le pretese concordanze tra vicende e personaggi ricordati nelle deposizioni degli ebrei con fatti e persone realmente esistite, non formano certo prova della veridicità delle deposizioni, e non solo perché notizie di tal genere erano notoriamente ed ampiamente diffuse e quindi note sia agli imputati sia agli inquisitori. Tutto il processo di Trento risulta infatti viziato fin dal suo inizio dalla volontà dei giudici di provare ad ogni costo e, per loro stessa affermazione, anche contro le forme del diritto, che gli ebrei di tutta Europa erano meritevoli di sterminio perché ovunque essi erano dediti all'infanticidio rituale e al consumo del sangue cristiano.

 

Perciò il processo suscitò subito scandalo. Papa Sisto IV inviò a Trento un inquisitore domenicano, che al suo ritorno a Roma denunciò la falsità del processo contro gli ebrei «ingiustamente depredati e uccisi» e gli «inganni, frodi e macchinazioni» usati al solo scopo di avvalorare «credenze superstiziose» e d'inventarsi «miracoli straordinari». (Roba a cui potevano credere, egli scriveva, solo «donnicciole superstiziose, vecchie pettegole e frati questuanti»). « Commenta et fabulae », invenzioni e favole, « vulgi figmenta », invenzioni del popolino, che il domenicano considerava non un'ingiuria fatta agli ebrei, ma alla fede cristiana, « iniuria fidei christianae». Gli stessi verbali che leggiamo oggi non sono gli originali, ma quelli che l'inquisitore del papa riteneva fossero stati riscritti di sana pianta per nascondere le atrocità commesse in un processo irregolare (nuovi documenti, di cui Toaff è certo a conoscenza, dimostrano che il vescovo di Trento e i suoi giudici erano perfettamente consci delle irregolarità e degli abusi procedurali).

 

Non vi è dubbio che Toaff, uno studioso che altre volte ha dato buona prova di sé nel campo degli studi sulla «cultura materiale», aveva tutto il diritto di rivedere criticamente la storiografia sull'omicidio rituale, ma non di improvvisarsi interprete di una documentazione che richiede qualche strumento in più di quelli che occorrono per comprendere il «mangiare alla giudia» in Italia dal Rinascimento all'età moderna. Prima di sostenere una tesi così paradossale su di un tema così complesso e delicato, avrebbe dovuto munirsi di prove concrete e incontrovertibili, delle quali il suo libro è invece del tutto privo.

 

La valutazione critica delle fonti, della loro attendibilità e importanza, è il primo compito della ricerca storica. Esistono a tale scopo criteri e norme di carattere generale, ma ogni ricerca necessita di particolari avvertenze critiche, che solo la «discrezione» dello studioso, il suo senso storico, gli possono suggerire. È la «discrezione», la capacità di discernimento dello storico a fargli avvertire ciò che può e ciò che non può rimanere dopo l'analisi critica del testo. Questo delicato strumento della critica storica sembra del tutto assente nel libro di Ariel Toaff, che si basa su una rude semplificazione dei criteri di giudizio e su una fede generalmente accordata a fonti di provata tendenziosità. Davvero il nostro raziocinio è così debole, il nostro giudizio storico così incerto, la nostra civiltà giuridica è così esaurita, da indurre a credere a confessioni estorte con la tortura e ratificate nel terrore di nuovi tormenti?

 

Il risultato, certamente non voluto ma nondimeno palese, è quello di una sorta di ritorno ad un'infanzia della storiografia, ad un'età precedente all'acquisto della «discrezione», della capacità di discernimento: un ritorno ad una lettura pre-critica delle fonti processuali. In un certo senso, Toaff poteva perfino risparmiarsi la fatica della scrittura: era sufficiente un'anastatica di certa letteratura apologetica di fine Ottocento.

 
 
 
20.  Maratona di letture contro le morti bianche
 
Giovedì 15 febbraio - ore 17 - P.zza dell'orologio, 3 Casa delle Letterature - “Maratona di letture contro le morti bianche”. Quindici scrittori leggono pagine di letteratura sul lavoro. Letture di Antonella Anedda, Giosuè Calaciura, Mauro Covacich, Mario Desiati, Marco Lodoli, Valerio Magrelli, Aldo Nove, Antonio Pascale, Elisabetta Rasy, Lidia Ravera, Igiaba Scego, Stefano Tassinari, Elena Stancanelli, Domenico Starnone, Carola Susani. Introduce Maria Ida Gaeta, direttrice di Casa delle Letterature. Con il saluto del presidente della Camera, on.le Fausto Bertinotti. Alla fine, Alessandro Langiu reciterà  un brano dal suo testo teatrale "Otto mesi in residence", la storia vera di 79 dipendenti dell'ILVA di Taranto che, in protesta contro alcune condizioni imposte dall'azienda furono confinati nel laminatoio, la famigerata Palazzina LAF.
21. "Il movimento soffocato", giornata di discussione a Lettere sul '77 
    Venerdì 16 febbraio, dalle ore 15 alle ore 19.30, aula VI della Facoltà di Lettere
    Una giornata di dibattito sul movimento del Settantasette organizzata dalla casa editrice Edizioni    
    Alegre. Interverranno Piero Bernocchi (uno dei "leader" del '77), Marco Grispigni (settantasettino,
    autore di "1977", edito da Manifestolibri) Alessandro Portelli (docente universitario, delegato del
    Sindaco di Roma per la Memoria storica), Diego Giachetti (studioso dei movimenti sociali), Silvia
    Casilio (studiosa della comunicazione), Alessio Aringoli (studioso della storia dei movimenti
    studenteschi).
 
    Verrà presentato nell'occasione il numero monografico della rivista Erre, dedicato al '77, 112 pagine     sul movimento, con articoli (oltre che dei relatori alla discussione) tra gli altri, dello scrittore Stefano     Tassinari, del filosofo Massimiliano Tomba, e (dalla stampa dell'epoca) di Alberto Asor Rosa ed             Eugenio Scalfari, con foto di Tano D'amico.
    Info: redazione@edizionialegre.it -  www.edizionialegre.it - 3386034789 – 3881181017
 
 
   22. Nel nome di Giordano Bruno - Libertà ed autodeterminazione: valori laici”
 
 
    Sabato 17 febbraio 2007 – ore 16.30 a Piazza Campo dei Fiori -. Deposizione corone e discorsi     commemorativi del delegato del Sindaco di Roma e del  Presidente dell'Associazione Nazionale del     Libero Pensiero "Giordano Bruno", avv. Bruno Segre.
   
    Interventi di: Maria Mantello, Giulio Giorello, Federico Coen, Nuccio Ordine. Letture bruniane a cura     di: Marianna Arbìa, Marialivia Franceschini , Fabiola Perna, Camilla Scrugli, Carlotta Spizzichino,    
    Arianna Zapelloni Pavia, performance art di Maria Teresa Lubrano,  Alessandra De Angelis e Giulio    
    Mollica. Partecipazione artistica: Pietro Bontempo e Salvatore Gioncardi. Poetessa Mara de Mercurio
    Centro Studi Enrico Maria Salerno, Silvio Fiorelli e Ass. Culturale 321 JAGAD - Artisti & lavoratori
    dello spettacolo. Intermezzi per voce, chitarra ed armonica di Geovani Ciconte e Filippo Bizzaglia.
    Presenta: Antonella Cristofaro.Col patrocinio di: Comune di Roma - Assessorato alle Politiche    
    Culturali, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici Centro Internazionale di Studi Bruniani "Giovanni 
    Aquilecchia"(CISB).

    Per informazioni:  3297481111; liberopensiero.giordanobruno@fastwebnet.it
 
 
   
  • Se volete comunicare con noi, se avete qualche suggerimento o qualche richiesta, se c’è qualcosa che vorreste sapere, semplicemente cliccate sul tasto “rispondi” del vostro programma di posta elettronica, o scrivete a  g.b.giusti@comune.roma.it, cercheremo di rispondervi direttamente o di mettervi in contatto con gli enti o le persone interessate. Potete usare la stessa procedura se invece non volete più ricevere questa newsletter. Buona giornata a tutti, e a presto

  

Consigliere delegato del Sindaco per le tematiche
relative alla valorizzazioned del patrimonio di
memorie della città
 
Via Montanara 8 - 00186 Roma
Tel. 06 6710 5506
Corrispondenza: Piazza di Campitelli, 7 - 00186 Roma 

 

 

___________________________________________________________________________