| Montesacro e Valmelaina nei 9 mesi della occupazione nazista di Roma |
| Relazione di Massimo Taborri del Circolo Culturale Montesacro in occasione del seminario "La memoria presente" organizzato insieme al Manifesto presso il Circolo Culturale Montesacro nei giorni 8-13-22-29 marzo 2001 (*) |
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Come è nata la ricerca All’inizio del ’95 il giornalista Gianni Corbi fu invitato assieme ad Aldo Natoli a presentare presso il Circolo Culturale Montesacro un libro di cui era autore sulla nascita della nostra Repubblica. Il libro portava in una delle prime pagine una dedica a Ferdinando Agnini uno dei giovani di Montesacro ucciso alle Fosse Ardeatine e che l’autore aveva avuto modo di conoscere tra la fine del ’43 e l’inizio del ’44, quando entrambi non avevano ancora compiuto vent’anni. Fu in quella occasione che Corbi gettò l’idea di una ricerca che ricostruisse il profilo e l’attività del gruppo di giovani di Montesacro che avevano duramente lottato contro l’occupazione nazista e che già nell’ottobre del ’43 si erano raccolti in una associazione clandestina denominata ARSI (Associazione Rivoluzionaria Studentesca Italiana). La proposta fu da noi accolta non solo per l’interesse a ricostruire il clima di quei mesi e il tessuto di avvenimenti che si svolsero in questo quartiere in cui il Circolo Culturale è presente fin dai primi anni ’60. Ma soprattutto perché ci sembrò questo un modo concreto per reagire ai tentativi di deformazione della memoria che, in questi anni in cui tanti testimoni vanno scomparendo, si sono fatti via via più ostinati e insinuanti. Una ricerca locale che riuscisse a ricostruire il profilo della Resistenza nel nostro quartiere, di cui si era persa col tempo un’idea della sua consistenza e del suo radicamento, poteva rappresentare un contributo originale, anche se necessariamente limitato. Un modo di rispondere al tentativo di porre sullo stesso piano valori e scelte contrapposte, di azzerare ogni differenza tra quanti osarono sfidare l’oppressione nazifascista e quanti, viceversa, decisero di vivere nel conformismo e nella esaltazione fanatica del fascismo prima e della Repubblica di Salò dopo. Il punto di partenza non poteva essere altro che la targa di marmo ormai sbiadita apposta in una delle vie centrali del quartiere e che ricorda i nomi dei 13 cittadini di Montesacro e di Val Melaina che persero la vita perché fucilati dalla PAI (il corpo di polizia italiana approntato per l’Africa coloniale) o direttamente dalle SS a Forte Bravetta o alle Fosse Ardeatine. Ma per procedere non poteva bastare la scarsa anche se preziosa documentazione d’archivio depositata presso l’ANPI provinciale o l’ANFIM (l’associazione dei familiari dei caduti per la libertà) e neppure rileggere la letteratura esistente sulla resistenza a Roma e che solo negli ultimi anni s’è arricchita di nuovi e importanti contributi. Si trattava quindi di cercare nel quartiere stesso, di raccogliere testimonianze presso protagonisti e familiari dei caduti, anche se per questi ultimi significava riandare con la memoria a momenti dolorosi e in parte rimossi della loro esistenza, nel tentativo di ridare un volto e una identità a quei nomi, ma soprattutto di ricostruire il contesto in cui si svolse la loro azione. Un lavoro sulla memoria individuale e collettiva attraverso cui recuperare lo spirito di quei giorni, le attese, le paure, le ristrettezze, le prove di solidarietà ma anche le esitazioni e i momenti di passività di una intera comunità di quartiere, sconvolta dopo la caduta del fascismo da un rapido precipitare degli eventi che chiamava tutti ad operare delle scelte. Una comunità nella quale se fino allo scoppio della guerra i più avevano aderito senza entusiasmo al fascismo, prestandosi ai rituali di regime, non erano mancati antifascisti attivi fin dai primi anni ’20, dei quali abbiamo rinvenuto la loro biografia presso il Casellario politico centrale dell’Archivio di Stato, ed alcuni di loro saranno tra i 13 caduti. Si trattava infine di ricostruire lo scenario in cui si svolsero questi avvenimenti, le strade, le scuole, i ritmi che cadenzavano la vita delle famiglie, le ragioni che portarono via via la popolazione alla separazione e alla condanna del fascismo, i percorsi che spinsero i giovani di Montesacro a partecipare in gruppo agli scontri di Porta S. Paolo dell’8 settembre del ’43 e a mobilitarsi poi contro l’occupazione tedesca. Decine di cittadini della zona hanno così contribuito alla ricostruzione di questa memoria con le loro testimonianze e i loro ricordi, qualche volta fornendoci foto o vecchi e ingialliti documenti gelosamente custoditi, anche quando – è il caso della anziana sorella di uno dei caduti delle Fosse Ardeatine – ritenevano che la morte del loro congiunto fosse responsabilità dei partigiani di Via Rasella. E molti di loro hanno dichiarato che, sia pure tra mille ristrettezze e paure, quello che raccontavano riguardava il periodo più difficile ma anche più ricco e appassionante dell’intera loro esistenza. I risultati della ricerca raccolti in un libro ed in un video patrocinati dal Consiglio Provinciale di Roma sono stati presentati in un Convegno pubblico di 2 giorni tenutosi presso la sala circoscrizionale Ferdinando Agnini di Piazzale Adriatico nell’aprile del ’96.
Montesacro e Valmelaina Allo scoppio della guerra Montesacro costituiva un quartiere autosufficiente e separato dalla città. Per chi vi arrivava da S. Agnese superata la caserma Bianchi sulla Nomentana si aprivano grandi spazi non ancora edificati di prati e di campagna, prima di arrivare al nucleo di casette che sorgeva sull’Aniene all’incrocio di Via Pietralata. Qui avevano abitato od abitavano ancora molti degli operai che avevano lavorato alla costruzione del quartiere. Passato il Ponte Tazio riedificato nel ’37, perché a due anni dalla sua realizzazione un’alluvione l’aveva completamente distrutto, si entrava finalmente a Montesacro la cui costruzione era iniziata nel 1920. E piazza Sempione con il suo liceo ginnasio Quinto Orazio Flacco, il suo ufficio postale, la chiesa, il cinema-teatro, i giardini rappresentava la porta di ingresso del quartiere. L’avvento al potere del fascismo nel ’22 non modificò i progetti urbanistici già avviati, e così, il Consorzio di cooperative che aveva progettato e iniziato i lavori, in pochi anni ultimò 700 villini secondo un mosaico di stili architettonici diversi, circondati da giardini profumati, orti e viali spaziosi, costituendo un complesso non a caso chiamato Città Giardino. Gli stessi lotti di case popolari costruiti dal fascismo lungo V. Gargano, Piazzale Adriatico e V.le Ionio non più alti di tre piani non erano ispirati ai criteri intensivi e segreganti tipici delle case popolari di altre periferie e in qualche modo assecondavano le caratteristiche architettoniche dei villini. Solo nel ’34 il tram a rotaie che partiva dal centro della città e arrivava a S. Agnese fu prolungato fino a Piazza Sempione e più tardi fu realizzato un circuito ad 8 sempre su rotaie che attraversava tutto il quartiere. In quegli anni il quartiere, abitato da una popolazione di ceto medio, di liberi professionisti, di impiegati e funzionari dello Stato, doveva essere assai più bello e godibile di adesso, con l’unico nucleo industriale rappresentato da una cartiera sull’Aniene ed una serie di botteghe artigiane, soprattutto fabbri, nei pressi di Ponte Vecchio. A meno di 2 km. da Piazza Sempione nel 1933 fu completato il grosso complesso di case popolari di Val Melaina, un agglomerato isolato circondato dalla campagna, un enorme edificio di 7 piani nel cui cortile interno si affacciavano ben 15 scale. Qui furono trasferite una parte delle famiglie operaie allontanate dal centro storico anche per collocare in periferie lontane e facilmente controllabili quegli strati che avrebbero potuto costituire il naturale retroterra dell’opposizione. E nel giro di pochi anni vi si insediò uno spaccato tipico della composizione sociale del proletariato romano: operai, soprattutto edili, manovali, qualche tramviere o ferroviere, piccoli esercenti e artigiani, molti disoccupati, varie altre figure di lavoratori precari. A poche centinaia di metri in linea d’aria da Val Melaina superata la collina della Serpentara sorgeva e sorge ancora adesso l’impianto ferroviario di Roma Smistamento, quasi adiacente all’aeroporto dell’Urbe, obiettivi entrambi di frequenti bombardamenti che non raramente colpivano gli agglomerati popolari di Val Melaina. Tra Montesacro e Val Melaina infine dopo il ’36 sorse un nuovo insediamento a ridosso degli ultimi villini di Montesacro: il Tufello, fatto di case basse e lunghe con le scale a ballatoio, per accogliere gli emigranti italiani costretti a rientrare dalla Francia e dalle colonie per l’inasprirsi delle relazioni internazionali. Cosìcché, prima dello scoppio della guerra la zona oltre l’Aniene poteva considerarsi aggregata intorno a tre poli abitativi corrispondenti a tre gruppi sociali diversi e non integrati tra loro. Gli arresti e le fucilazioni del dicembre ‘43 La caduta del fascismo nel luglio del ’43, come hanno ricordato numerosi testimoni, fu anche a Montesacro un momento di gioia e di liberazione. Dopo 3 anni di guerra erano ormai centinaia le famiglie della zona che avevano perso i loro figli e mariti su qualche fronte, o dei quali si era in attesa di notizie. Il grande bombardamento di S. Lorenzo del 19 luglio ’43 poi, si era in realtà abbattuto anche sullo scalo ferroviario di Smistamento e sul vicino aeroporto e diverse decine erano stati i ferrovieri presi alla sprovvista e uccisi. In quell’occasione una bomba da 40 kg. era miracolosamente caduta al centro del grande agglomerato di case popolari di Val Melaina senza provocare vittime. Ma il 10 agosto, meno di un mese dopo, quattro bombe avevano colpito uno dei palazzi di Via Monte Pàttino provocando decine di vittime. E nelle settimane successive bombardamenti e spezzonamenti sulla Salaria e sulla Nomentana erano seguiti senza tregua, costringendo la popolazione terrorizzata a ripararsi in ricoveri angusti e inadeguati. La fame spingeva la gente, spesso bambini denutriti e malvestiti, a cercare di procurarsi qualcosa da mangiare verso i carri ferroviari sventrati, formando file interminabili. Anche quando con l’occupazione tedesca gli impianti ferroviari vennero presidiati da pattuglie armate pronte a sparare. Nella scuola elementare Don Bosco di P.zza Monte Baldo era alloggiato in quei giorni un reparto di allievi ufficiali italiani spedito a Roma perché con la caduta del fascismo si temeva una reazione della camicie nere. Tra di loro vi era un testimone d’eccezione lo scrittore Beppe Fenoglio che nel suo libro Primavera di Bellezza ha poi raccontato l’atmosfera di festa che pervadeva le piazze e i viali di Montesacro in quei giorni che separarono la caduta del fascismo dall’armistizio e dal ritorno a casa. Mentre dalle villette, è Fenoglio che racconta, si sentivano le radio a tutto volume sintonizzate sui bollettini che annunciavano la caduta di Mussolini, ovunque era un brulicare di persone e un festeggiare, e le donne premevano attorno ai camion militari gridando Viva I soldati! Bravi I soldati! E’ voi che vogliamo non la milizia! Come è noto la gente crede che la caduta del fascismo equivalga alla fine della guerra e dei sacrifici, ma ci si illude. E quando arrivò l’8 settembre, dopo gli scontri di Porta S. Paolo e il dileguarsi del re e degli alti comandi militari, donne e uomini del quartiere si prodigano per procurare abiti borghesi a questo reparto, a cui gli stessi ufficiali tra l’incredulità e lo sconcerto di quegli uomini ordinano di sciogliersi. E’ così che, scrive Fenoglio, fu possibile raggiungere in abiti civili la Stazione Termini, mentre anche la Nomentana cominciava ad essere setacciata da pattuglie dell’esercito tedesco che stava per impossessarsi della città. E’ forse in queste settimane che cominciarono ad organizzarsi e ad operare a Montesacro due nuclei organizzati di resistenza che agirono in parallelo tra di loro, senza un vero coordinamento, raccogliendo armi, materiale di propaganda e iniziando a mettere in atto dopo l’8 settembre piccole azioni di sabotaggio a danno dei tedeschi. Del primo nucleo, formato da uomini non più giovanissimi, collegato al centro del partito comunista attraverso Giorgio Onofri e Vittorio Mallozzi, fanno parte alcuni antifascisti già perseguitati durante il fascismo come l’abruzzese Riziero Fantini e il romano Mario Menichetti, muratore di Trastevere trasferitosi da poco a Val Melaina, già condannato dal fascismo a 4 anni di confino ad Ustica nel ’26. Entrambi sono vigilati da anni. Fantini, in particolare, ha alle spalle un percorso affascinante. Nato nel 1892 è emigrato nel 1910 in America dove ha frequentato a lungo gli ambienti anarchici. Autodidatta decide di attraversare in compagnia di altri militanti l’intero continente diffondendo il pensiero anarchico tra braccianti e umili lavoratori americani spingendosi fino in Ecuador. Tornato in Italia nel 1921, si impegna nella campagna di opinione a fianco di Sacco e Vanzetti scrivendo anche su Umanità Nova. Del primo, Nicola Sacco, conserva perfino delle lettere che saranno ritrovate dai figli e pubblicate nel dopoguerra. Negli anni oscuri del fascismo è riuscito a costruirsi una casetta in Via Calimno non lontano da Val Melaina e nel ’42 decide di legarsi al partito comunista. Comunista è anche il macellaio Italo Grimaldi la cui bottega sorgeva qui in P.zza Sempione e il fruttivendolo sardo Antonio Feurra. A Fantini Grimaldi e Feurra sono legati decine di uomini tra cui il muratore emiliano Raffaele Riva di S. Agata Bolognese. Fin dall’inizio dell’occupazione tedesca i nazisti erano molto allarmati degli atti di disturbo e di sabotaggio che si erano verificati nelle borgate a Nord-Est della città. Il 19 ottobre del ’43 un motociclista tedesco era stato ucciso sulla Salaria e il 25 ottobre due automobili con ufficiali tedeschi a bordo erano state fatte segno di colpi di mitra sempre sulla Salaria. Atti di sabotaggio furono anche quelli che si verificarono nelle borgate limitrofe a Montesacro, soprattutto S. Basilio e Pietralata dove il 20 ottobre un gruppo di partigiani in armi avevano dato l’assalto ad una caserma del disciolto esercito italiano situata presso il Forte Tiburtino per impadronirsi di viveri ed armi scontrandosi con i tedeschi subito accorsi. Fu per questo che la mattina del 27 ottobre una compagnia di SS coadiuvata da un battaglione di militi fascisti, effettuava a Montesacro un vasto rastrellamento a tenaglia allargato fino a Val Melaina, Tufello e Pietralata. Oltre mille persone vennero incolonnate e fatte marciare per 6 km. sulla Nomentana verso Mentana. Raggiunta località Casal Coazzo, dopo alcune ore di estenuante attesa e le minacce proferite con un altoparlante alzato su di un palo a che non si ripetessero attentati di qualunque genere, 346 di loro vennero trattenute e trasferite per il lavoro obbligatorio. Ma gli atti di ostilità non cessarono, e la stragrande maggioranza della popolazione nonostante i disagi e i pericoli che ne potevano scaturire si schiera apertamente con i combattenti. Un tessuto connettivo fatto di piccoli gesti protegge tacitamente coloro che si espongono di più: ignorare fin dove possibile l’ottusa pretesa di certe disposizioni naziste, far finta di non capire e di non sapere, ascoltare Radio Londra con gli amici della scala. Ciononostante iniziano i primi arresti. Il primo cittadino di Montesacro a cadere nelle mani della Gestapo è un anziano ufficiale d’artiglieria, il tenente colonnello Vito Artale. Richiamato all’inizio della guerra per la sua specializzazione dirige il laboratorio di vetrerie ottiche dell’esercito. Dopo l’8 settembre ha cercato di sottrarre ai tedeschi materiale e documenti di notevole interesse militare e di rendere inutilizzabili apparecchiature e macchine del laboratorio. In contatto col Fronte militare clandestino del colonnello Montezemolo viene imprigionato e torturato a Via Tasso prima di trovare la morte alle Fosse Ardeatine. Subito dopo vengono presi gli antifascisti di cui abbiamo parlato. Il primo a cadere è il macellaio Italo Grimaldi tra le cui cose viene purtroppo trovato un elenco di nomi, viene torturato barbaramente e seviziato. Poi quella stessa notte è la volta di Riziero Fantini arrestato assieme ai suoi due giovanissimi figli Furio e Adolfo che scamperanno la morte, di Antonio Feurra, Raffaele Riva, Giovanni Andreozzi e Filippo Rocchi. Sono tutti arrestati nella notte del 23 dicembre ’43 e dopo un sommario processo condannati a morte. Grimaldi, Fantini, e Feurra fucilati a Forte Bravetta il 30 dicembre del ’43, sono in assoluto i primi caduti della resistenza romana, commemorati da Amendola in una riunione del CLN. Un mese dopo, sempre a Forte Bravetta, è la volta di Raffaele Riva e Giovanni Andreozzi fucilati con un gruppo partigiani romani tra cui l’antifascista e volontario di Spagna Vittorio Mallozzi, mentre Filippo Rocchi finisce alle Fosse Ardeatine. A loro va aggiunto il nome di Amilcare Baldoni di cui non sono certe data e circostanze dell’arresto e che potrebbe essere tra le salme non riconosciute delle Fosse Ardeatine. Al di là dei laconici annunci sui quotidiani della città le famiglie non sanno più nulla dei loro cari. I tedeschi operano l’occultamento delle salme con maniacale precisione. I corpi dei fucilati vengono sepolti al Verano in fosse anonime e profonde il doppio. L’occultamento dei corpi vuole forse creare una situazione di incertezza che rimandi qualunque prevedibile esplosione di rabbia e di ostilità da parte dei parenti e dei compagni dei caduti. Dopo la liberazione di Roma la scoperta e l’identificazione delle salme è poi resa possibile solo dai lavoratori del cimitero, che di notte, spesso, hanno provveduto a disseppellire quelle bare, e ad annotare una descrizione della salma e la sua localizzazione.
I giovani dell’Arsi Il secondo nucleo di resistenza attiva all’occupazione tedesca fu quello che si sviluppò tra i giovani di Montesacro e il cui centro gravitazionale può essere considerato il liceo Orazio, l’unico tra i licei romani ad essere collocato in periferia. Questi giovani hanno tra i 14 e i 20 anni e ne fanno parte Agnini che nel ’43 ha frequentato l’ultimo anno in quell’istituto e poi si è iscritto a Medicina, Nicola Rainelli, Lallo Orlandi, Franco Caccamo, Giorgio Lauchard, Girolamo Congedo, Mario Perugini, Luciano Celli, Gianni Corbi e numerosi altri ancora. Negli anni del fascismo si sono spesso ritrovati in interminabili partite di pallone, o al bar Bonelli di Piazza Sempione e d’estate sono abituali frequentatori di una spiaggetta posta sull’Aniene presso il Ponte Vecchio dove, come ci è stato riferito, i più giovani tra loro hanno formato una squadra di nuotatori chiamata "I caimani del bell’orizzonte". Un amicizia che si rivela un formidabile collante quando alla caduta del fascismo le circostanze che si determinano porteranno la maggioranza di loro a condividere le ragioni della lotta contro l’occupazione tedesca. Nessuno dei giovani di Montesacro aveva avuto rapporti con i partiti antifascisti, ma proprio per questo la loro vicenda è ancora più significativa. Il loro è un percorso di rottura senza appello con il fascismo che si consuma in breve tempo e che li porterà ad affiancare e magari anche a precedere nella lotta partigiana anziani e provati antifascisti. Una rottura generazionale nei confronti di un regime che, mentre annunciava di voler dare spazio ai giovani, aveva progressivamente rivelato ai loro occhi la propria natura conformista e reazionaria e che rivela come di fronte agli insuccessi della guerra e all’impreparazione con cui era stata affrontata i rituali propagandistici e la retorica di regime avevano esaurito ogni potere di suggestione. A Montesacro poi vivevano anche alcune famiglie ebree come le famiglie Funaro, Di Veroli e Cacaurri. Dario Funaro, inoltre, è anche amico dei Caimani del bell’orizzonte e con un gruppo di giovani di Montesacro ha partecipato agli scontri di Porta S. Paolo. Le tre famiglie sono prese e deportate in ottobre e Dario è deportato con loro. Ed eventi come questi, come si può intuire, segnano per quei giovani un punto di non ritorno nella rottura col fascismo. Ferdinando Agnini e Nicola Rainelli sono le figure più attive intorno a cui viene a svilupparsi una fitta rete di rapporti che connette tra di loro giovani provenienti anche da ambiti sociali diversi e fino a ieri non comunicanti. Rainelli è anch’egli uno studente di medicina ed è fra l’altro in rapporto con due giovani di Val Melaina il ferroviere Renzo Piasco che non avendo voluto seguire le autorità repubblichine al Nord è stato licenziato e il cameriere Antonio Pistonesi. Nel villino di Rainelli in Via Monte Argentario ha trovato riparo Paul Lauffer un medico dentista ebreo di nazionalità austriaca fuggito dal suo paese all’inizio delle persecuzioni antiebraiche. Il padre di Rainelli funzionario del Ministero dei trasporti ha seguito insieme a sua moglie il governo di Badoglio al Sud cosicchè quel villino è diventato il punto di raccolta delle armi di quei giovani, oltre che il posto in cui ci si ritrova per discutere di politica o anche semplicemente per ascoltare musica. Ferdinando Agnini, invece, ha forse preceduto gli altri nella maturazione di una coscienza di lotta al nazifascismo, ha rapporto con studenti antifascisti di altri quartieri. Alto e dinoccolato, così lo descrive Gianni Corbi, sempre in giro a tenere collegamenti e a diffondere materiale di propaganda, è il riferimento politico e culturale per tutto il gruppo. E’ lui che propone di costituire una associazione di studenti e di stampare un giornale chiamato La Nostra Lotta che uscirà la prima volta il 18 novembre del ’43, probabilmente il primo giornale clandestino studentesco stampato in Italia ispirato ad una visione universale delle grandi questioni sociali, politiche e culturali che stanno davanti ai giovani. L’ARSI nasce dunque spontaneamente, un piccolo gruppo dalle grandi ambizioni ideali. Vuole essere, come scrive Agnini, una forza capace di suscitare nella tradizione culturale italiana intrisa di scetticismo e di idealismo le forze necessarie ad un risveglio della coscienza individuale e collettiva. Il gruppo è attivissimo in quartiere e fuori di esso. Chiodi a quattro punte, taglio delle linee telefoniche tedesche, e infine alcuni attentati come quello che ha luogo in dicembre in Via Maiella nei confronti di un noto caporione fascista. Alcuni giovanissimi del gruppo procurano numerose armi attraversando di notte nel mese di dicembre il fiume Aniene presso un’area militare appartenuta ad un reparto italiano che le ha abbandonate e progettano anche due azioni importanti contro la linea ferroviaria all’altezza della batteria Nomentana e verso un deposito di carburante sulla riva sinistra dell’Aniene che poi non vengono eseguite. Ma soprattutto Agnini e gli altri partecipano alle manifestazioni studentesche contro le disposizioni del Rettore e del Ministero per la Difesa Nazionale perché vengano ammessi agli esami solo gli universitari in possesso di un certificato comprovante l’avvenuta presentazione al distretto militare. Ciò che comportava l’obbligo di presentarsi davanti all’esercito repubblichino fascista. Il due gennaio del ’44 in casa di Pierluigi Sagona, Agnini partecipa con Maurizio Ferrara, Carlo Lizzani, Dario Puccini ed altri ad una importante riunione per organizzare il boicottaggio delle lezioni e le proteste studentesche che avranno luogo nel mese di gennaio al Policlinico, ad Architettura e ad Ingegneria in S. Pietro in Vincoli e lo sciopero degli studenti medi. Qui viene anche presa la decisione di costituire un comitato studentesco cittadino in cui far confluire l’ARSI, comitato che prenderà il nome di USI (Unione Studentesca Italiana). Cosicchè, divenuto il giornale dell’USI, La Nostra Lotta ospitò nel numero di Marzo in prima pagina un doveroso saluto all’ARSI. Nel frattempo, nonostante i compensi annunciati in cambio di ogni utile delazione, i tedeschi non riescono a fermare la resistenza a Roma che dopo lo sbarco di Anzio s’è fatta più audace e scoperta. Dopo vari mesi di permanenza in città l’occupante non è ancora in grado di contare su un proprio servizio di spionaggio e di informazione. Allo scopo può servire l’utile contributo di qualche fanatico disposto ad arruolarsi come ausiliario delle SS e a partecipare a sevizie e interrogatori. E’ così che i nazisti riescono a mettere le mani sul gruppo dei giovani di Montesacro utilizzando i servizi di un delatore a cui è stato spiegato come muoversi, tale Armando Testorio, che riesce a stabilire contatti con Rainelli ed Agnini. Il 3 febbraio del ’44 i tedeschi bloccano le strade del quartiere, hanno un elenco con nomi e indirizzi precisi. Lallo Orlandi è in strada, si rende conto di quanto sta succedendo, riesce a precedere i tedeschi e ad avvertire vari compagni del pericolo imminente tra cui Rainelli che si salva abbandonando in fretta il suo Villino e nascondendosi in parrocchia aiutato dal parroco Don Fiorello. Paul Lauffer non è altrettanto svelto e viene arrestato. Poi Lallo viene intercettato ed è arrestato a sua volta e così Renzo Piasco. Il giorno dopo è la volta di Antonio Pistonesi nella cui casa ancora lo stesso delatore conduce i tedeschi. Ma manca dal conto l’elemento di maggior prestigio del gruppo e i tedeschi lo sanno. Agnini, infatti, è riuscito a sfuggire e si è allontanato di casa per una quindicina di giorni. Ma il 24 febbraio a sera decide di rientrare. La polizia lo aspetta ed è arrestato. Tradotto momentaneamente al commissariato di zona si fida di un poliziotto che mostra di volerlo aiutare e suo tramite cerca di fare avere al padre un biglietto in cui si raccomanda di avvertire gli amici. Il giorno dopo viene arrestato anche il padre Gaetano. Ed entrambi vengono portati a Via Tasso dove Ferdinando viene interrogato 12 volte in 15 giorni. Suo padre sopravvissuto ricorderà poi le condizioni terribili in cui fu ridotto quel figlio che non aveva voluto parlare. Paul Lauffer è il primo tra loro ad essere fucilato il 7 marzo insieme ad altri antifascisti. Mentre tutti gli altri vengono fucilati il 24 marzo alle Ardeatine. Lallo, il più giovane aveva compiuto i suoi 18 anni a Via Tasso Dopo gli arresti il gruppo di giovani di Montesacro è scompaginato e si frantuma. Nicola Rainelli, che aveva nel frattempo stretto i legami col Partito d’Azione, riesce ad abbandonare la parrocchia e a raggiungere Corchiano nel viterbese combattendo fino alla Liberazione in una brigata partigiana. Gli altri, i più giovani del gruppo, raggiungono il Monte Scalambra dove resteranno fino ai primi di giugno. Il prezzo pagato in vite umane nel nostro come in tanti altri quartieri di Roma è stato dunque alto. Ma ciò nonostante non vi furono ritorsioni. Testorio dopo la Liberazione fu regolarmente processato da un Tribunale dello Stato e condannato a morte per i suoi orrendi crimini. Dopo la liberazione nei giovani che avevano con generosità lottato contro il fascismo non vi fu posto per sentimenti di vendetta e in loro prevalse l’impegno alla costruzione di una società finalmente più libera e più giusta e anche questo ha rappresentato secondo me una grande lezione di umanità e di civiltà Anche coloro che avevano indossato e spesso abusato della camicia nera ripresero i loro posti e goderono come tutti delle garanzie e dei vantaggi della democrazia e della libertà. In questi anni è venuto pressante l’invito ad archiviare questo passato, a considerare la comune buona fede di partigiani e giovani fascisti di Salò sulla base del naturale rispetto dovuto alla morte. La distanza storica che ci separa da quegli eventi può permettere oggi di fuoriuscire da certe rigidità ideologiche o da certe ricostruzioni retoriche che sono finora prevalse ma non si può con questo permettere che su tutto questo si passi un colpo di spugna ignorando l’abisso che separò la cultura della democrazia e della tolleranza dalla barbarie e dal culto della violenza e della morte.
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