4 secoli non sono sufficienti??

 

 

Siamo davanti ad un nuovo secolo e ad un nuovo millennio. Quello che da pochi giorni abbiamo lasciato dietro di noi è stato il millennio durante il quale il cristianesimo, in tutte le sue varianti scismatiche (la cattolica, l’ortodossa, la copta, la riformata) si è imposto nel mondo occidentale. Dopo il primo che ha visto consumarsi fino in fondo la separazione tra la Chiesa d’Oriente e quella d’Occidente divise sul tema del primato, il secondo è stato anche il millennio che ha visto crescere in forme nuove il fanatismo e l’intolleranza religiosa non solo verso le grandi religioni monoteiste come l’islamismo e l’ebraismo, ma anche tra le diverse correnti cristiane che si ritenevano, reciprocamente, eretiche. Se il 2000 è per la Chiesa cattolica l’anno della ricorrenza giubilare, esso segna anche una ben triste ricorrenza. Quattro secoli fa infatti, esattamente il 17 febbraio di un altro anno giubilare, il 1600, la Santa Inquisizione bruciava a Campo de’ Fiori l’ex frate domenicano Giordano Bruno da Nola. Questi, accusato di eresia, fu in realtà un filosofo tardo rinascimentale, un aspirante riformatore della Chiesa cattolica romana. Questa allora era sempre più avviluppata negli ottusi rigori della Controriforma che dal 1562, anno della ripresa del Concilio di Trento, protese la sua presenza minacciosa sull’Europa intera, dove miscelata con gli interessi contrapposti delle grandi monarchie del tempo arrivò fino alla sanguinosa guerra dei Trent’anni. Lascia perplessi oggi che la Chiesa, pur nel continuo sforzo di Giovanni Paolo II di renderla più aderente al nuovo secolo e di rilanciare un nuovo ecumenismo come testimoniano la riabilitazione di Galileo o il superamento dei pregiudizi nei confronti degli ebrei, eviti caparbiamente di fare i conti una volta per tutte con una pagina vergognosa della sua storia quale fu la persecuzione religiosa. Infatti nei confronti del pensatore nolano, che peraltro considerava il cattolicesimo come l’unica religione capace di riformarsi e di guidare tale processo anche per i fratelli riformati, rimane immutata la condanna che lo portò al rogo, come rimangono impenetrabili (più di quelli dell’ex KGB), gli archivi che celano i verbali del suo celebre processo. Tutto quello di cui si dispone è dovuto a mons. Angelo Mercati che nel 1940 scoprì nell’archivio personale di Pio IX carte del S. Uffizio relative ad un sommario del processo a Bruno.

Come apparve già pochi anni dopo la sua morte, il lascito morale di Giordano Bruno era destinato a impiantare solide radici nella cultura del XVII e XVIII secolo nonostante che il pensiero di Bruno fosse rimasto chiuso nel naturalismo e nel platonismo del Rinascimento. Anche la pretesa di cancellare il suo ricordo, attuata con la messa all’indice delle sue opere nel 1603, si rivelò ancora più illusoria considerando che la fama, a volte aspramente contestata, di cui si fregiava il filosofo nolano, si fondava su molti libri (circa 27) di cui circolavano innumerevoli copie sempre molto contese. Il paese che più di altri offrì il terreno più fertile per la coltura delle sue idee furono le Università francesi e la corte di Enrico IV.

Perché nel 1592 Bruno, che allora si trovava in Germania, decise di tornare in Italia nonostante non gli fossero ignote le attenzioni dell’Inquisizione? Bruno torna perché pensa che il nuovo pontefice Clemente VIII, a cui indirizza una sua opera intitolata "Delle sette arti liberali", possa ben interpretare le sue speculazioni e addirittura farsi promotore di quella riforma morale che il filosofo così calorosamente andava vagheggiando. Fu un fatale errore di valutazione che, insieme alla sopravvalutazione della forza degli ambienti culturali a lui favorevoli, lo portò addirittura a favorire i suoi persecutori come fece pochi anni più tardi Galileo Galilei. Ippolito Aldobrandini, il Pontefice a cui guardava con tante speranze Bruno, fu al contrario l’ennesimo papa nepotista e repressivo, stretto tra l’invadenza della Francia e della Spagna che si contendevano all’epoca molte province e feudi italiani. Eletto soprattutto per dare un minimo di stabilità al soglio pontificio dopo che i due predecessori erano morti nel giro di un anno, Clemente VIII, piissimo nelle forme esteriori fu in realtà un entusiasta amante del lusso e dei piaceri della vita che gli regalarono una grave forma di gotta. Clemente VIII aveva tra l’altro delegato gli affari della Chiesa ai nipoti, elevati repentinamente alle più alte cariche gerarchiche, alla Inquisizione, di cui sollecitava un lavoro continuo a cui spesso presenziava. Ma colui che regolava i comportamenti vaticani in materia di fede fu il gesuita Roberto Bellarmino, subdolo e potente inquisitore, anima dell’Inquisizione romana, sempre attento a nascondere la punta acuminata del suo lavorio inquisitorio dentro il bel fodero delle sue maniere bonarie (fu lui a volere il giro di vite nel processo a Bruno presentandogli la seconda lista di contestazioni, come fu lui a volere ad ogni costo l’assurda e umiliante incriminazione di Galilei, un vecchio settantenne). Appena in Italia Giordano Bruno, dopo la denuncia di un suo ammiratore di cui era ospite, viene arrestato a Venezia dove subisce un primo e incerto processo; dopo le richieste dell’Inquisitore generale tanto insistenti da far pensare che la sua cattura fosse stata lungamente progettata, egli viene estradato verso Roma dove arriva il 27 febbraio 1593 per essere tradotto nelle carceri dell’Inquisizione. Dopo sette anni di detenzione e di ripetuti interrogatori, nonostante risultassero tutt’altro che provate le accuse contro di lui, Bruno venne informato, all’inizio del 1599, dell’esistenza di otto proposizioni (accuse) ereticali formulate dal Tribunale perché le abiurasse. Queste contestazioni di cui non si conosce l’esatta formulazione perché ancora coperta dal segreto vaticano, vertevano con ogni probabilità su argomenti di ordine filosofico più che teologico. Giordano Bruno era uomo del Rinascimento non solo perché era viva in lui tutta la tradizione ermetica e magica del Quattrocento, ma principalmente perché egli era il propugnatore di una religione intellettuale sostanzialmente deistica, scevra cioè da simboli e fondata sull’amore reciproco tra gli uomini: l’amore infatti era per lui il vincolo universale che tiene insieme le forze della natura, "che concilia i contrari e unifica il molteplice nell’uno". Per Bruno la filantropia, l’amore tra gli uomini, era inoltre il fondamento del vivere sociale. Il suo progetto era quello di propagandare una dottrina di suprema conciliazione filosofica dei contrasti, anche tra le diverse accezioni cristiane, vista dal filosofo come totalmente interna alle potenzialità del cattolicesimo.

Ma Giordano Bruno fu soprattutto un ribelle verso il conformismo dei suoi tempi, conformismo non tanto religioso quanto culturale, da lui sempre preso di mira con violente requisitorie o feroce sarcasmo che non potevano non creargli intorno vive opposizioni, terreno favorevolissimo per le manovre dei solerti inquisitori. Fu la sua una prerogativa rara al tempo ma non isolata, principalmente tra i chierici minori più aperti ai dubbi e insofferenti verso una gerarchia che già coltivava l’oscurantismo della Controriforma. Fu proprio questo carattere indomito, questa fede incrollabile verso la libertà dello spirito e dell’intelligenza a perderlo. Dopo la prima abiura delle otto contestazioni presentategli che egli pronunciò senza difficoltà, messo di fronte ad una nuova serie di accuse, formulate in un accanimento che aveva come unico obiettivo la sua resa incondizionata anche contro il buon senso a cui egli spesso si appellava, Giordano Bruno rifiutò quella sottomissione che per lui significava il tradimento di un intero percorso morale ed intellettuale che lo aveva portato a contendere alla pari con i migliori uomini di scienza e di potere del suo tempo. Se egli si fosse ulteriormente piegato magari accettando di farsi rinchiudere in qualche convento del suo ordine domenicano, probabilmente avrebbe salvato la vita tenendo conto che anche parte del tribunale che lo stava condannando era contraria alle più dure conseguenze e che ancora erano vive le proteste popolari alle nefandezze dell’inquisizione che all’epoca di Carlo Carafa, il noto Paolo IV, avevano condotto ad una seria insurrezione nella città. Nella frase che egli pronunciò davanti agli inquisitori che gli leggevano la decisione del Tribunale: "…tremate più voi nel pronunciare questa condanna che io nell’ascoltarla …" (e non c’è motivo di dubitarne essendo stata riferita da un monaco presente alla scena), è racchiuso il senso più eversivo della sua decisione di mantenere l’impegno che egli sentiva di aver assunto nei confronti della storia e delle generazioni che gli sarebbero succedute.

Il 9 giugno del 1889 fu scoperto a Roma in Piazza Campo de’ Fiori il monumento allo sfortunato filosofo di Nola, dalla parte opposta al luogo dove fu consumato il rogo. Esso fu reso possibile da una sottoscrizione popolare lanciata ben 5 anni prima da un comitato internazionale che raccoglieva i migliori nomi della cultura di quegli anni sia di destra che di sinistra; l’opera fu eseguita dallo scultore Ettore Ferrari, deputato liberale assai attivo in parlamento come nei caffè frequentati dagli artisti.

La celebrazione del sacrificio del filosofo che forse oggi sarebbe stata impossibile, lo fu allora grazie ad un governo della destra storica presieduto da Crispi e da una giunta capitolina retta da un moderato. Crispi usò l’avvenimento anche nel quadro del suo contenzioso con il Vaticano che allora, nonostante le Guarentigie, teneva ancora un atteggiamento ostile verso lo Stato liberale che aveva preso Roma solo 18 anni prima.

Lo scontro tra gli ambienti anticlericali e la Chiesa di Leone XIII che soffiava sul fuoco della polemica, adombrando persino uno stato di allarme sull’incolumità del Pontefice, fu assai aspro anche se non riuscì a coinvolgere la cittadinanza, rimasta apparentemente estranea al contenzioso. Inutilmente "Civiltà cattolica" arrivò a mettere in relazione l’edificazione del monumento con una serie di calamità naturali che proprio in quel periodo si determinarono; nonostante l’asprezza della polemica la giunta comunale che aveva sostituito la precedente, dopo la vittoria dei liberali che avevano incentrato su Giordano Bruno la loro campagna elettorale, si decise per l’edificazione del monumento il quale fu finalmente scoperto durante una manifestazione affollata che finì successivamente con un omaggio agli eroi risorgimentali. Cento anni fa, il 16 febbraio del 1900, commemorando il centenario della morte Antonio Labriola così si esprimeva: "Noi non abbiamo ancora vendicato il martirio di Bruno perché non abbiamo ancora condotta la saggezza in mezzo al popolo, e per esso può sembrare ancora necessaria la morale ecclesiastica".

Stefano Prosperi